pagina del sito di Tèchne di Paolo Albani

Luca Chiti

IL TITANO

 

 

Narrano antiche storie di un aspro e tormentato

sentiero che fra i monti da tutti è disertato:

si inoltra serpeggiando tra oscure e cupe cime

e sulle vette eterne si inerpica sublime.

Vertiginosamente procede quel sentiero,

ma, quando giunge al passo, là si erge un cippo nero.

Tarlato è quel macigno da venti e da bufere,

monito al pellegrino che più voglia vedere.

Nessun - che si ricordi - viandante o disperato

oltre la pietra ambigua i passi ha mai portato.

Solo qualcuno ha osato volgere gli occhi in basso

nella profonda valle che si apre oltre quel sasso,

e dice di aver visto un picco misterioso

dal vento e dalla pioggia perennemente roso

e, intorno a lui, le pietre di antico cimitero:

cinquanta pietre nere, dall'alto del sentiero.

Si narran del vallone vicende e fatti arcani,

uditi chi sa quando da vagabondi strani,

che a sera, attorno al fuoco, zingari variopinti

van mormorando ancora dalla leggenda avvinti.

 

Un tempo era una valle - dicono - luminosa,

di sempiterni fiori e d'erbe rigogliosa,

dove il bizzarro Inverno giungere non poteva

e Primavera azzurra vivida sorrideva.

E là viveva, allora, una razza divina

del cielo e delle stelle che splendono regina:

gioconda intorno al Sire, in se stessa beata,

dall'ira e dal dolore giammai neppur sfiorata.

Ma un dì sulle pendici dei monti che all'intorno

serrano quella valle, al tramontar del giorno,

vider gli dei apparire, avvolta in un mantello

e con la schiena curva come un inquieto uccello,

l'ombra di un pellegrino, il cappuccio calato,

che verso il basso avanza col volto ottenebrato.

Restò sospeso ognuno a quell'apparizione

e gli occhi a lei rivolse fissando il nero alone;

ma invan tentò chiarire quell'ala di ombra scura

che, contro il sol che cala, avvolge la figura.

Allora alzò la mano il Sire onnipotente

e a un tratto tutto, intorno, fu immobile e silente.

Cessò a quel sacro cenno, in quell'antica sera,

persino il dolce vento che azzurra Primavera,

col suo velo leggero, agita eternamente.

E nella valle immota solo il passo si sente

di quel viandante cupo che avanza inesorato

e lascia ombrosa traccia tra i fiori lungo il prato.

Ma quando egli fu giunto ai piedi del gran trono,

a lui si volse il Sire con la voce di tuono:

«Chi sei», gli disse, «e quale destino a noi ti porta?

Che cerchi in questo luogo, nera figura assorta?

Non sai che a voi mortali passar non è concesso

oltre l'antico segno che limita l'ingresso

di questa valle eterna che è la nostra dimora,

e che la vita perde chi tale legge ignora?».

E lo fissò il Titano con lo sguardo cruccioso,

ma non poté discernerne l'aspetto tenebroso.

Non parla il pellegrino dalla faccia nascosta

e al trono del Gigante ancora più si accosta.

Giunto dove voleva, senza mostrar paura

lento risponde al Sire con la voce sicura:

«Conosco quella legge, ma la mia vita è breve

e il tempo la distrugge come il caldo la neve

che sul sentiero evapora senza lasciare traccia.

A che, dunque, temere l'estrema tua minaccia?

Il sasso ho superato, scendendo alla tua gente

per rispondere a un dubbio che è sorto nella mente.

Io porto qui una sfida, o divino Immortale,

alla beata vita che scorre sempre uguale

e qui mi pongo, solo, con la mia sola scienza,

ai piedi del tuo trono e dell'onnipotenza.

Ti chiedo solamente di volere accettare,

poi venga pur la pena che vorrai decretare».

Sbocciò allora un sorriso nell'occhio onnipotente

del Sire gigantesco che là, serenamente,

ascoltava il viandante nella soave sera.

E ancora spirò il vento mite di Primavera.

Chinando il viso in basso, il divino Titano,

un braccio sul ginocchio, protesa l'altra mano,

«È vano, o pellegrino», rispose sorridendo,

«tentare chi, soltanto di se stesso vivendo,

immune dalla morte e dal disfacimento,

nel proprio cuore eterno trova ogni appagamento.

Ma vi è bontà nel nostro petto che eterno spira

e il cuor che sempre batte potente non si adira

per la superbia folle delle vane parole

che qui vieni portando al tramontar del sole.

Son dunque pronto al gioco: la sfida che proponi

accetto apertamente, non pongo condizioni;

e con lo stesso impegno tu mi vedrai lottare

che mostra, a volte, il padre che vedi rotolare,

travolto in mezzo all'erba, a celiare col figlio

in amorosa gara e gioioso pispiglio.

Fin d'ora ti prometto la mia pietà e il perdono

e qui, solennemente, la pena ti condono».

Mentre il possente Sire così gli rispondeva,

avvolto nel mantello che nero lo avvolgeva

e lento si agitava al muovere del vento,

non diede il pellegrino segno di turbamento.

«Tu che di onnipotenza», disse, «così ti vanti,

considera chi affronti, prima di farti avanti.

Forse tu non conosci, Eterno Spensierato,

quel che può concepire un cruccio disperato.

Che sai tu della vita che fugge senza posa

e della mente umana costantemente rosa,

mentre trascorre il tempo, dal germe della morte?».

Ma il Sire non rispose ed affrontò la sorte.

Solo guardava in basso a quell'essere strano,

a quell'uccello nero avvolto nel gabbano

che lì, in mezzo agli Eterni, in se stesso si annida

e che, levando il viso, gli lancia la sua sfida:

«Tu che di onnipotenza», gli disse, «ognor ti vanti

e di ridente luce in eterno ti ammanti,

sì che, volendo, a un cenno del tuo capo splendente

puoi trasformar le pietre in pane, ed ampiamente,

mostrandoti ai mortali, ogni uomo soggiogare

per quanto è grande il mondo che oltre le cime appare;

tu che, precipitando da una rupe scoscesa,

giunto, nel vuoto, a mezzo dell'orrenda discesa

da questi dei saresti, oscillando, salvato

e verso il cielo, in alto, di nuovo sollevato;

tu che sapienza e amore infiniti possiedi

e di ogni cosa il fine e la cagione vedi;

tu, dio possente e saggio, compi ciò che ti chiedo:

trasforma questa Corte di Immortali che vedo,

e poi te stesso ancora, nel corpo oscuro e frale,

debole e limitato, di povero mortale.

Altro non chiedo, Sire, né da te qui pretendo,

e solo questa prova di onnipotenza attendo».

Seduto ad ascoltare, di luce circonfuso,

stupì il divino Sire e fu quasi deluso.

«Se non sai concepire», gli disse, «altro portento,

la prova che mi chiedi è di poco momento».

E fece un cenno appena, il gran capo crollando,

e, ad uno ad uno, gli Esseri si vennero mutando.

Si vennero spegnendo in opaca materia

e restò solo il Sire in mezzo alla miseria

di quei miseri corpi, rattratti e sbigottiti,

che, sparsi per il prato, si aggirano smarriti.

E l'occhio a loro volse il Sire spensierato,

ancora sorridendo, in se stesso beato.

Ma vide là, ai suoi piedi, solo esseri angosciati,

una gemente turba di mortali accasciati;

un pugno di dispersi e stravolti viventi

coi volti già segnati e le membra impotenti,

che stringendo le ciglia, si vanno invan sforzando

di penetrar l'oscuro sole che sta calando.

Vedendo allora il Tempo scorrere su quei visi

e l'Ombra progredire sopra i corpi indecisi,

fu intorbidato il cuore del Divino Padrone,

sì che, sull'orlo estremo della permutazione,

fermò il suo cenno a mezzo e un pensiero lo colse,

e tutta la sua mente in se stesso raccolse.

Si fece scuro il volto del Grande Creatore

e al petto suo si appresero, con acuto dolore,

gli artigli sconosciuti di Dubbio e di Incertezza,

scacciandone l'eterna e immobile Gaiezza.

Sconvolto sospirava con le ciglia crucciose,

mentre il dilemma muto davanti a lui si pose

se dell'onnipotenza si dovesse privare

dovendo onnipotenza all'altro confermare.

E si contrasse il volto del Celeste Signore

che si piegò in avanti mutando di colore.

Il capo tra le mani, le braccia sui ginocchi,

immobile ristette mentre serrava gli occhi.

Poi giù dai monti, a un tratto, scese un umido vento

che devastò la valle col soffio violento.

Fuggiva Primavera, fanciulla impaurita,

mentre nell'ora fosca si consuma la vita

dei Compagni del Sire, infermi e abbandonati,

dal vortice del tempo travolti e sfigurati.

Si scosse allora il muto viandante e là, pietoso,

scavò cinquanta fosse per dar loro riposo.

Infine, triste, il campo a guardare si volse,

ed il mantello ombroso, rabbrividendo, avvolse

stretto intorno alle spalle nella lugubre sera;

poi lentamente il passo mosse nella bufera.

Abbandonava il campo con il viso dimesso,

laggiù lasciando, immobile, l'enorme Dio perplesso

che ancora meditava e, con la mente scossa,

chiuso nel suo cervello, pensava alla riscossa.

 

Qui termina il racconto che a notte, attorno al fuoco,

zingari variopinti narrano al lume fioco.

Ma alcuni, sottovoce, dicono aver sentito

che ancora quel Divino là siede sbalordito:

di muschi ricoperto, il viso nella mano,

preso ancora dal gioco, ancora pensa invano.

E da millenni, immobile, sul gran trono è restato,

nella profonda valle, proprio nel mezzo al prato

mentre che il tempo passa, e il gran volto cruccioso

dal vento e dalla pioggia perennemente è roso.

 

BALLATA

Oh, certo, sembra forte

il destino di morte.

Eppure, a ben guardare,

l'immobile Titano

che è là a rimuginare

col volto nella mano,

di quel viandante strano

non ha migliore sorte.

 

 

 

NOTA REDAZIONALE

 

Ritrovo questo testo di Chiti fra le mie carte, senza alcuna indicazione di data né altra specificazione sulla natura letteraria del testo stesso. Il dattiloscritto, con il nome «Luca Chiti» scritto a mano da me sopra il titolo, stranamente inizia da pagina 2. Ignoro cosa ci fosse nella (presumibile) pagina 1.


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