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Eugenio Battisti
LETTERA A TèCHNE

    Come dare il benvenuto ad una nuova rivista, dichiaratamente di avanguardia? Ricordando che nessuno è profeta in patria, e che quindi bisogna subito evadere da una provincia mascherata di cultura e tradizione, e puntare con il cannocchiale altrove, verso l'eresia? Ma dove si trova l'eresia, oggi, quando tutti, per disperazione o per stanchezza, ci siamo messi a lavorare con e dentro le istituzioni? E che significa essere eretici quando le teorie, anche nostre, dileggiate e combattute diventano dopo venti anni oggetto di moda e perfino di celebrazione?
    Quello che mi pare manchi è l'aggressività spontanea, del ragazzo beneducato ma represso, che per puro istinto, con violenza inattesa, si butta sulla sua strada. Questo tipo di ragazzo era d'altronde una eccezione sociale, in quanto credeva in valori che lo impegnassero a tempo pieno in qualcosa di socialmente essenziale ma economicamente improduttivo, e poiché era guidato dall'istinto aveva terribili angosce e perplessità. Il vietato oggi non esiste più; nessun padre si arrabbia se il figlio suona la chitarra o scrive poesie, la società del consumo assorbe tutto, e amalgama. Mimetizzati dal loro stesso grande numero, e non più indicati a dito, gli scrittori insegnano all’università, i poeti lavorano nelle case editrici o negli uffici stampa delle industrie, e così via per tutti gli altri mestieri. Fa scandalo in una cultura come la nostra che fortunatamente non ha più inibizioni sociali e culturali, e assai poca censura, non l'emarginazione, ma caso mai l'insuccesso economico; non la voglia matta di cercare una via inconsueta in fratellanza, in certo senso magica e non programmabile con chi pensa alla stessa maniera, ma l'incapacità di farla diventare uno scoop giornalistico. Tutto cede e si arrende, almeno a livello di programma e di intenzioni, e ci dibattiamo quindi in una gabbia di ovatta.
    In realtà la linea fortificata contro cui combattere, ed a cui forse il nome della rivista si riferisce, non appare immediatamente all'orizzonte ed è preceduta da innocui fossatelli e terrapieni. Ma è talmente solida e massiccia, quando la si scopra, da richiedere non l'azione sparuta di un piccolo gruppo, ma un immenso impegno collettivo, variamente articolato. Non è più operabile, come ai vecchi tempi, un'azione di punzecchiamento per fare infuriare il toro, cioè una massa ritenuta per sua natura inerte ed esplicitamente conservatrice; vanno sostituiti invece completamente o quasi gli apparati dirigenziali compiendo una vera e propria scalata al potere; non c'è più il rifiuto teorico delle novità ma la difficoltà, l'impossibilità di realizzarle o di acquisirle, e la posta in gioco non è lo svecchiamento delle idee, compiuto magari con provocazioni e gesti beat, ma tout court la sopravvivenza della civiltà occidentale e dentro di questa dell'Italia, contro un blocco che non è ideologico, ma burocratico, e dilaziona ogni indispensabile mutamento a tempi infiniti, sia nelle strutture statali che in quelle private, dichiarando invece pubblicamente di stare su posizioni di avanguardia. È la solita storia delle piccole società inventive e di punta, acquistate dai monopoli appena diventano pericolose per infossarle e farle tacere.
    Inoltre mentre un rapido consumo non fa male alla cultura, in quanto provoca continue trasformazioni e mette in moto quel grande fenomeno di consumo collettivo che sono le mode, esso è un'autentica tragedia per l'industria e per i programmi finalizzati. Fare e volere il nuovo richiede progettazione, sperimentazione, impegno e capacità di affrontare il rischio, anzi di procedere per molte tappe alla cieca: non si può sapere ciò che ancora non si sa, non si può pianificare ciò che non è ancora definito, nessun calcolatore può computare ciò che non si sospetta ancora che possa accadere. Un'attitudine dadaista, magari aiutata da modelli economici e matematici, dovrebbe diffondersi anche nel mondo produttivo, a correttivo della miopia decisionale che oggi prevale.
Bisognerebbe però scrivere in proposito su giornali finanziari, ed essere altre razze di esperti.
    D'altronde il tipo di raffinata rivista per pochi lettori, di dieci, venti anni fa sta per essere cancellato come via di comunicazione, dalla posta elettronica; anche la stampa tradizionale ha i mesi contati; volendo convocare per un dibattito i pochi amici che contano si ha tutto il mondo a portata di selezione telefonica automatica; eppure - proprio come capita quando ti regalano il floppy d'un complicatissimo programma senza il manuale operativo, mai si è avuto una tanto grave impressione di disgregazione culturale. Ciascuno si è abituato (o rassegnato) ad andare avanti per conto suo.
    Si cozza contro difficoltà di struttura che prima non esistevano, in quanto - ripeto - non si tratta più di fare una guerriglia, ma una guerra vera e propria, e non si sa neppure sotto quale bandiera politica issare il campo.
    Quello che mi scrivete è purtroppo esatto. "La ricerca, il moderno, sembrano sterili affluenti di se stessi. La citazione coltiva i campi incolti. Il 'post' è anteposto a tutto." Ciò che si ottiene dai collaboratori sono "accenti circonflessi sul buio e sulla morte".
    Avete scelto male il vostro presentatore. Anch'egli ha ormai la vocazione per questi accenti. Anzi appena eccitato dagli amici, come un maldestro deltaplano sballottato da un vento traverso, egli si mette liberamente non a far dell'ironia, ma a tirar giù bestemmie, per esprimere tutta la sua rabbia. Ve la dovete dunque cavare da soli, con le vostre forze e, soprattutto, la vostra fortuna. Specialmente se i bioritmi del luogo dove la rivista sorge tendono al peggio. Una pubblicazione di gruppo, infatti per quanto con il telefono e la posta, si smaterializzi come sede, richiede ed alimenta un certo consenso sociale, è insomma come il nucleo solido d'una cometa che nella sua corsa attrae a mo' di coda infinite particelle. Sarà mai possibile operare questo tipo di aggregazione in Toscana, dove uno dei proverbi che corrono è che le società devono avere un numero di soci dispari ma in tre si è già troppi? La mia speranza è sì.
    Firenze, tecnicamente debole, ma intellettualmente capace può formulare un modello intermedio fra quasi modernità di sviluppo ed inerzia da terzo, o quarto mondo, mettendolo a servizio di un aggiornamento generale della società italiana, non solamente elitario. Me ne dà fiducia anche il fatto che subito abbiate depennato la retorica, nella prima pagina della nuova serie di Tèchne. Ma date un significato analogamente non retorico a "poesia", "letteratura", "arti".
    La posta in gioco ormai è globale, altrettanto economica che tecnologica che "culturale" in senso ristretto, giacché c'è solo più una scacchiera, quella del software dove si giocano tutte le carte, e non importa che seme o che colore abbiano. Rimangono però ancora trionfanti gli assi e le regine, cioè il sapere ed il volere di più.
    Nella situazione ultimissima le grandi operazioni culturali possono essere fatte solo più a due livelli: quello del massimo prestigio (che non significa però accademia) e quello della ribellione da minoranza, rabbiosa e combattiva, costretta prima a difendersi dall'annientamento, poi a riconquistare qualche piccolo spazio, proclamando su di esso i propri diritti in tutte le occasioni e ad alta voce. Il ruolo di portavoce di una sparuta minoranza, è quanto auspico a Tèchne.
    La minoranza, che si sente per definizione esclusa, e quindi creditrice di stima e di attenzione, è legittimata a proporre ad alta voce, in modo che tutti si scoccino, l'inaccettabile; a compiere gesti duri, scortesi; a distinguere, magari artificiosamente, fra un presunto bene ed un presunto male, marchiandoli con segni vistosi di consenso e di ludibrio, a far pettegolezzi, ironie, sarcasmi, sempre ad alta voce.
    Insomma, dopo tante chiacchiere, la conclusione è ovvia: a mio parere bisogna rifare il Burchiello.

da Tèchne, 1, 1986, pp. 8-11.


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